Aeroporto di Comiso, la partita decisiva è iniziata: tra privatizzazione e futuro

C’è il via libera del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti allo schema per la privatizzazione della SAC. Una notizia che segna infatti un passaggio che potrebbe cambiare il destino non solo dello scalo di Catania, ma soprattutto di quello di Aeroporto di Comiso, da anni sospeso tra potenzialità enormi e una realtà operativa fatta di alti e bassi.
Il processo è tecnico, complesso: cessione del pacchetto di maggioranza, advisor finanziari e legali, manifestazioni di interesse. Ma dietro questa architettura burocratica si muove una domanda molto più semplice, quasi brutale nella sua chiarezza: che ne sarà di Comiso? Perché se è vero che la privatizzazione punta ad attrarre investitori “qualificati”, come sottolineano la presidente Anna Quattrone e l’amministratore delegato Nico Torrisi, è altrettanto vero che il rischio, mai dichiarato ma sempre percepito, è quello di una razionalizzazione che premi il più forte. E in questa partita, Catania parte inevitabilmente in vantaggio.
L’aeroporto di Comiso non è solo una infrastruttura. È una metafora del Sud che prova a tenere il passo. È il simbolo di un territorio, quello ibleo, che chiede di essere connesso al mondo senza dover sempre passare da altri. Eppure, negli anni, lo scalo ha vissuto una sorta di eterno presente: voli che arrivano e scompaiono, rotte mai consolidate, strategie che cambiano con la stessa rapidità con cui muta il vento.
La privatizzazione, oggi, si presenta come una lama a doppio taglio. Da un lato, può significare investimenti, sviluppo, visione industriale. Può portare quella continuità strategica che il pubblico, tra vincoli e lentezze, fatica a garantire. Può, in definitiva, trasformare Comiso da aeroporto marginale a nodo complementare, capace di intercettare flussi turistici e commerciali. Dall’altro lato, però, c’è il timore che le logiche di mercato possano privilegiare la redditività immediata rispetto all’equilibrio territoriale. E allora la domanda diventa inevitabile: un investitore punterà davvero su Comiso o lo considererà una variabile secondaria?
La verità è che questa non è solo una partita industriale. È una questione profondamente politica, nel senso più alto del termine: riguarda il diritto alla mobilità, allo sviluppo, alla permanenza. Perché un aeroporto non è solo una pista: è lavoro, turismo, possibilità. È la differenza tra partire e restare. E in una Sicilia che continua a fare i conti con la fuga dei giovani e delle competenze, ogni infrastruttura diventa un presidio di futuro.
Il percorso è appena iniziato: manifestazioni di interesse, bando, selezione del partner. Tutto ancora da scrivere. Ma una cosa è già chiara: questa volta non basteranno annunci o strategie sulla carta. Servirà una visione che tenga insieme efficienza economica e giustizia territoriale. Perché Comiso non può più permettersi di essere un capitolo secondario anche se la classe politica non sarà all’altezza dell’immane compito.
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